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Inaugurazione dell´Anno Accademico 2003-2004

 

Triennio in Filosofia

 

Calendario 2003/04

 

Corso in Scienze Umanistiche

 
ANNO ACCADEMICO 2003-2004
Decano
P. Thomas Williams, L.C.

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Inaugurazione dell´Anno Accademico 2003-2004

Inaugurazione dell´Anno Accademico 2003-2004


S.E. Card. Angelo Sodano

Discorso del Card. Angelo Sodano, Segretario di Stato, in occasione dell’inizio dell’Anno Accademico del Pontificio Ateneo “Regina Apostolorum” (Roma, 11 novembre 2003)
Card. Sodano.pdf

La dottrina sociale della Chiesa è cresciuta come un albero rigoglioso in questi ultimi tempi, cercando anche di presentare al mondo in forme brevi e sintetiche la ricchezza del messaggio cristiano.
Un tipico esempio di questo magistero sociale è dato da un’espressione che oggi noi vorremmo approfondire: è l’espressione “la civiltà dell’amore”, con la quale il Papa Paolo VI di venerata memoria volle denominare la civiltà cristiana e che poi è stata riproposta con vigore dall’attuale Sommo Pontefice Giovanni Paolo II.
Prima di illustrare il profondo significato di tale concetto, è opportuno seguire il metodo che abbiamo imparato fin dalle prime lezioni di teologia, ricorrendo, cioè, alla “explicatio terminorum”. Che cosa intendiamo noi oggi per “civiltà”?

1. La civiltà
Etimologicamente, il termine “civiltà” deriva dal latino “civilitas” che, a sua volta, traduceva il termine greco di politeia. Significava sostanzialmente il modello di vita di Roma e delle grandi città come distinta da quella della vita rurale. La vita della città era considerata come più evoluta, più perfetta.
Simile al concetto di civiltà, vi è poi quello di “cultura”, che deriva invece da una metafora rurale, e significa il risultato che si ottiene con il coltivare la terra, con la cura e con il lavoro paziente dell’agricoltura. Pur riferendosi a due settori distinti della vita umana, quella urbana e quella rurale, i due termini coincidono nel sottolineare l’impronta dell’uomo nel suo ambiente, per rendere la vita più umana.
Va però subito detto che, a giudizio di parecchi studiosi di tradizione latina, i due termini, per quanto simili, però non coincidono. Vi sono, infatti, in alcuni popoli delle culture imperfette o deviate che non possono essere classificate come civili.
Se una determinata cultura, ad esempio, esalta la forza bruta, o è impegnata di agnosticismo, o esalta la lotta di classe, o disprezza il neonato e la donna, questa cultura non può assurgere al grado di civiltà. Certo, come sottolinea lo studioso gesuita Hervé Carrier, la civiltà è cultura, ma non ogni cultura è civiltà.
È però giusto riconoscere che in alcuni ambienti anglosassoni e, prima ancora, nell’ambiente tedesco il termine “civiltà” si confonde sovente con quello di “cultura”, tant’è che la stessa parola di “civiltà” si traduce spesso in tedesco con quella di “Kultur”.
Ciò premesso, la civiltà si potrebbe definire come segue: l’insieme di espressioni sociali, religiose, artistiche e tecnologiche, che sono frutto dell’azione dell’uomo e che, come tali, sono espressioni della perfezione dell’uomo stesso; “civiltà” vuol dire quell’insieme di manifestazioni in cui l’essere umano e la società esprimono il meglio di sé, la propria perfezione. Possiamo dire che la civiltà esprime i rapporti, sempre vivi, dell’uomo con il mondo naturale, con gli altri uomini, e con Dio: è uno stile alto di vita che caratterizza un determinato popolo.
Da tale definizione evidenziamo due caratteristiche della civiltà: la sua permanenza e la sua dinamicità. Da una parte, la civiltà è un punto di arrivo dell’umanità e quindi esprime perfezione e bene da conservare e difendere, ovvero riferimento a valori universali condivisi o condivisibili, e che vanno preservati nella coscienza e nella vita. Infatti la civiltà valorizza e inserisce nell’organizzazione della vita umana, oltre agli elementi indispensabili alla sopravvivenza, gli aspetti più alti dello spirito umano: l’aspirazione alla verità e la ricerca di un senso della vita. Gli sforzi dello spirito umano, nella filosofia, nella scienza, nella religione e nella fede, configurano la civiltà in modo permanente. Secondo la lingua náhuatl, degli indios aztechi del Messico precolombino, “vero” è sinonimo di “stabile, radicato”, ciò che affonda le radici e non può essere rimosso dalla coscienza e dalla vita umana. “Ciò che è instabile non può essere vero, e ciò vale anche per la legge morale”. Anche nella Bibbia troviamo espressioni simili nel salmo 119, 151-152: “Ma tu, Signore, sei vicino, tutti i tuoi precetti sono veri. Da tempo conosco le tue testimonianze che hai stabilito per sempre”. La stabilità e permanenza deriva dalle manifestazioni più alte dello spirito umano, quando coglie la verità, quando entra in contatto con Dio, che è la verità. Il riferimento a Dio è essenziale per ogni civiltà, e tutto ciò che ha valore permanente e deve essere conservato ha attinenza alla relazione dell’uomo con Dio, realtà assoluta. La Chiesa ha colto molto bene questo aspetto e nella storia non cessa di difendere in tutti i modi leciti e pacifici “la libertà religiosa”, prima garanzia dello sviluppo dei popoli, del bene duraturo dell’umanità. L’impegno personale del Papa e della Chiesa in questo senso è molto evidente ora nel seguire da vicino il Trattato costituzionale europeo, adoperandosi per garantire la libertà religiosa. La caratteristica di perfezione e bene universale propria della civiltà significa anche promozione dell’unione fra i popoli, e non divisione, promozione della pace.
D’altra parte la civiltà ha un carattere dinamico, perché è sempre in trasformazione, come la vita dell’uomo nella storia. Da una parte diciamo che è sempre perfettibile, come la cultura: “è intimamente travagliata dalla continua esigenza di trascendenza, sempre chiamata a una realizzazione piena dell’uomo e della società umana”. In questo senso la civiltà non può essere considerata un punto statico a cui si arriva una volta per sempre. Nessuna situazione storica determinata esaurisce la perfezione a cui può aspirare l’essere umano. La mutabilità della civiltà non riguarda solamente la perfettibilità, ma anche la condizione di fragilità, poiché la civiltà può degenerare con la perdita di valori importanti acquisiti nella vita dei popoli. La civiltà viene minacciata da forze che la distruggono. L’osservazione di questo principio è particolarmente evidenziata nei numeri 8-9 dell’Esortazione post-sinodale Ecclesia in Europa:
“A questo smarrimento della memoria cristiana si accompagna una sorta di paura nell’affrontare il futuro. […] Ne sono segni preoccupnati, tra gli altri, il vuoto interiore che attanaglia molte persone, e la perdita del significato della vita, […] la drammatica diminuzione della natalità, […] la fatica, se non il rifiuto di operare scelte definitive di vita anche nel matrimonio. Si assiste a una diffusa frammentazione dell’esistenza, prevale una sensazione di solitudine; si moltiplicano le divisioni e le contrapposizioni. Tra gli altri sintomi di questo stato di cose, l’odierna situazione europea conosce il grave fenomeno delle crisi familiari e del venir meno della stessa concezione della famiglia, il perdurare o il riprodursi di conflitti etnici, il rinascere di alcuni atteggiamenti razzisti, le stesse tensioni interreligiose […] un crescente affievolirsi della solidarietà […] il tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo. […] La cultura europea dà l’impressione di una « apostasia silenziosa » da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse”.
È una cultura che fa dubitare del grado di civiltà europea all’inizio di un nuovo millennio.
La condizione di fragilità a cui è esposta la cultura e, quindi, anche la civiltà impone un dovere e un impegno dei singoli e delle istituzioni per difendere le conquiste della civiltà per il bene dell’umanità. Il riferimento a Dio resta il punto essenziale per la crescita e il continuo trascendersi della civiltà in mezzo alle mutazioni delle circostanze storiche.

2. La civiltà “cristiana”
Esaminiamo ora l’espressione “civiltà cristiana”.
La vocazione stessa del cristianesimo lo spinge a porsi accanto alla parola “civiltà”. Se la civiltà vuol dire “perfezione e bene dell’uomo”, il cristianesimo è chiamato a configurare la civiltà. La civiltà occidentale già conosce Cristo e ha percepito l’immenso beneficio apportato da Lui nella vita umana, nella storia e nel destino definitivo dell’uomo. Si è lasciata pervadere in vari modi e sotto molteplici forme dalla intensa luce di Cristo. Ci sono stati e sono tuttora presenti forti tentativi di cancellare il nome di Cristo dalla civiltà e dalla storia, dalla vita famigliare, civile e religiosa dell’umanità, dalle aspettative e dal destino finale dell’uomo. La Chiesa è ben cosciente di ciò, e nonostante le proprie difficoltà interne ed esterne, conoscendo Cristo, custodisce la sua verità. Per questo anche oggi la Chiesa, “non può abbandonare l’uomo, la cui « sorte », cioè la scelta, la chiamata, la nascita, la morte, la salvezza o la perdizione, sono in modo così stretto ed indissolubile unite al Cristo”. Per questo il cristianesimo – religione di salvezza – si interessa vivamente alla cultura e alla civiltà, cioè a quell’insieme di realtà che sono come le scale sulle quali l’uomo ascende al suo destino finale. Tutte le vie della Chiesa conducono all’uomo, a ciascun uomo senza eccezione, al quale Cristo è in qualche modo unito, per presentare la verità di Cristo, per portarlo alla salvezza. Cristianesimo e cultura si richiamano a vicenda, così pure cristianesimo e civiltà.
Il modo di intervenire del cristianesimo nella cultura e nella civiltà si denomina “inculturazione”. “È il travaso del messaggio evangelico al linguaggio antropologico e ai simboli della cultura in cui si inserisce”. Il risultato di tale opera può essere definito come civiltà cristiana, ovvero l’accettazione nella vita e nei costumi dei popoli della luce apportata dalla fede in Cristo. Il processo dell’inculturazione può essere determinato da diversi elementi, a volte di origine soprannaturale. Il risultato dell’inculturazione è un’espressione concreta di civiltà cristiana.

3. Due esempi
In merito, vorrei accennare a due casi concreti di civiltà cristiana, in due circostanze storiche e geografiche diverse: (a) l’Europa cristiana, e (b) l’evan-gelizzazione del Messico e dell’America Latina.

(a) L’Europa cristiana
La formazione di un’Europa cristiana che dal vissuto e dalla coscienza dei suoi popoli, cioè dalla sua civiltà, ha saputo formulare i principali diritti della persona, viene indicata da Giovanni Paolo II nell’esortazione già citata Ecclesia in Europa: “Sono molteplici le radici ideali che hanno contribuito con la loro linfa al riconoscimento del valore della persona e della sua inalienabile dignità […]. Tali radici hanno favorito la sottomissione del potere politico alla legge e al rispetto dei diritti della persona e dei popoli. Occorre qui ricordare lo spirito della Grecia antica e della romanità, gli apporti dei popoli celtici, germanici, slavi, ugro-finnici, della cultura ebraica e del mondo islamico. Tuttavia si deve riconoscere che queste ispirazioni hanno storicamente trovato nella tradizione giudeo-cristiana una forza capace di armonizzarle, di consolidarle e di promuoverle. Si tratta di un fatto che non può essere ignorato” (n. 19). Il cristianesimo dunque con un processo di secoli ha apportato vita e luce e ha fatto incontrare in una sintesi superiore, culturale e civile, le tradizioni umane diverse e anche distanti dei popoli europei, molte delle quali sarebbero finite nella dimenticanza.
Ci sembra molto bella la sottolineatura finale del testo citato: “si tratta di un fatto”, ovvero di qualcosa che si è realizzato veramente. L’apporto del cristianesimo alla civiltà europea c’è stato veramente. La storia del Continente europeo è contraddistinta dall’influsso vivificante del Vangelo. “Se volgiamo lo sguardo ai secoli passati, non possiamo non rendere grazie al Signore perché il Cristianesimo è stato nel nostro Continente un fattore primario di unità tra i popoli e le culture e di promozione integrale dell’uomo e dei suoi diritti” (Ecclesia in Europa, n. 108). Vediamo dunque sottolineati due tratti fondamentali di ogni civiltà: i valori alti e universali, e l’unione e la pace tra i popoli. Entrambi sono realizzati, in una certa misura, dall’apporto del cristianesimo alla civiltà europea. Le forze e i fattori che hanno contribuito a realizzare questa civiltà sono molteplici, naturali e soprannaturali: “il volto spirituale dell’Europa si è andato formando grazie agli sforzi di grandi missionari, alla testimonianza di santi e di martiri, e all’opera assidua dei monaci, religiosi e pastori” (Ecclesia in Europa, n. 25); ma anche grazie a interventi soprannaturali e miracolosi, noti e testimoniati in tanti punti del Continente europeo dalla presenza dei santuari e in varie altre forme di espressione, o rimasti sconosciuti.
Nell’enciclica Slavorum Apostoli, Giovanni Paolo II ha riportato alla nostra memoria la fase prodigiosa dell’evangelizzazione dei popoli slavi, grazie ai santi fratelli monaci greci Cirillo e Metodio. È avvenuta una conversione pacifica di quelle genti, e l’accoglienza del messaggio cristiano segnò l’inizio di una nuova civiltà, inesistente fino a quel momento, con la nascita delle lingue slave, l’alfabeto cirillico, le forme religiose, artistiche, poetiche e mistiche proprie dell’oriente cristiano. Anche l’occidente si configurava con espressioni proprie culturali ispirate al cristianesimo. Basti pensare all’apporto dei grandi Ordini Religiosi, ad iniziare dai Benedettini.

(b) L’evangelizzazione del Messico e dell’America Latina
Il secondo esempio che vogliamo citare è l’evangelizzazione del Messico e dell’America Latina, avvenuta nel sedicesimo secolo, in poi. Tale evento di penetrazione del Vangelo ha prodotto di fatto un nuovo modo di essere e di vivere del popolo, che non esisteva in precedenza: la luce della fede, nuove abitudini di vita, la convivenza pacifica delle popolazioni europea e indigena; e perfino conseguenze nel fisico: una nuova razza, il “Mestizaje” (i meticci), ormai quasi ovunque diffusa, e nata dalla mescolanza degli indigeni e degli europei soprattutto spagnoli. Esisteva la reale possibilità che la popolazione indigena del Messico fosse completamente sterminata, perché non si vedeva alcuna possibilità di accordo tra popoli così diversi; gli indios e gli spagnoli si guardavano a vicenda con timore e rancore, avendo una visione deformata dalla totale incomprensione, poiché le due culture erano umanamente incompatibili. Il Vangelo di Cristo è stato reso comprensibile grazie alla sua traduzione nella simbologia e nella tradizione indigena. L’accoglienza è stata allora naturale e la convivenza possibile. Non fu la paura di morire a far convertire gli indios al cristianesimo, ad accogliere così profondamente i suoi valori. Per loro era un onore morire per difendere le proprie tradizioni culturali, come purtroppo avvenne in altre regioni dell’America Latina o in altri continenti. Intere popolazioni sono praticamente scomparse a causa della loro resistenza agli europei. Ci fu una vera accoglienza e assimilazione del Vangelo, e questo rese possibile l’unione dei popoli, addirittura la formazione di un nuovo popolo, una nuova razza. Molteplici furono i fattori che intervennero: potremmo anche qui citare l’opera di tanti missionari.
Tuttavia un fattore importante per l’evangelizzazione del Messico è stato il miracolo dell’apparizione della Vergine di Guadalupe a San Juan Diego, evento messo in evidenza dal Papa Giovanni Paolo II con la canonizzazione del santo indio. Il linguaggio utilizzato, la simbologia e le immagini sono totalmente famigliari agli occhi del popolo indio. Il successo in termini di conversione e accettazione del Vangelo e della fede cristiana è stato subito notevole, registrato da numerosi documenti e soprattutto dai risultati nella vita sociale. Il modello messicano ha avuto risonanza e conseguenze positive anche nelle altre regioni dell’America Latina. La ricchezza della nuova civiltà nata dall’incontro con il cristianesimo ha avuto un influsso notevole anche nel mondo spagnolo ed europeo: l’accoglienza docile e sincera del messaggio cristiano da parte degli indios ha stimolato lo studio e la promulgazione dei diritti dei popoli e dei diritti umani. Nei secoli successivi le buone disposizioni delle popolazioni indigene e la speranza di ottenere maggior bene e frutto, hanno spinto molte migliaia di missionari del continente europeo a recarsi in America e negli altri continenti, provocando un travaso fecondissimo di valori, cultura, educazione, sviluppo sociale e umano; e la principale motivazione di tutto ciò e stato il cristianesimo da condividere. Nei primi decenni del secolo scorso le popolazioni messicane, specialmente rurali, hanno dimostrato di saper difendere la libertà religiosa e le radici cristiane contro coloro che volevano cancellarle imponendo leggi antireligiose.
Nell’attualità, in un periodo di profonda crisi della civiltà europea, l’apporto di quella civiltà fecondata dal cristianesimo diventa ogni giorno di più un importante riserva dei valori umani e cristiani, e punto di riferimento da cui attingere.
So bene che ci sono vari esempi simili che si potrebbero citare. Nei giorni scorsi un amico mi ha segnalato un libro sull’influsso del Cristianesimo nella civiltà indiana, con l’arrivo dei missionari portoghesi a Goa. E molti casi simili si potrebbero citare. Soltanto diciamo che sono esempi reali che ci garantiscono che è possibile realizzare la civiltà cristiana e ci spronano ad agire con coraggio e perseveranza.

4. Civiltà e religione
Insistendo sul contributo del Cristianesimo alla civiltà di molti popoli, non intendo escludere l’importanza delle altre religioni nella formazione della civiltà. Essenziale è il riconoscimento che civiltà e religione sono strettamente dipendenti. È la grande tesi del noto P. Jean Daniélou nel suo libro L’oraison problème politique. Per detto autore, è falso concepire la religione come qualcosa di personale e la civiltà umana come qualcosa di profano. “Ci pare che oggi troppi cristiani accettano la giustapposizione di religione personale e di società laica. Tale concezione è dannosa per la società e per la religione.”
“Un mondo senza Dio – annotava con forza il noto scrittore – è un mondo inumano. Dio forma parte della civiltà umana. L’amore di Dio entra tanto nello sviluppo dell’individuo come della collettività. Il fatto religioso fa parte del bene comune.” Colpa del laicismo è ignorarlo.
Basandosi su tali principi il Padre Daniélou scriveva che una vera civiltà deve comprendere questi tre elementi:
1) Primo: l’utilizzazione dei beni materiali a servizio di tutti. Quanto più i beni terreni sono a servizio di tutti, tanto più alto è il grado di civiltà;
2) Secondo: la solidarietà degli uomini fra di loro, con l’aiuto reciproco, l’amicizia, il perdono. Dove c’è egoismo, non c’è civiltà;
3) Terzo: la relazione degli uomini con Dio. Ove non si permette o anche solo si tenta di offuscare tale relazione dell’uomo con Dio, suo Creatore e Signore, non v’è civiltà.
Ed appunto nel commento a tale terzo elemento della civiltà, l’autore del libro citato giunge a scrivere: “tanto l’ateismo di Stato come il laicismo sono contrari al diritto naturale”, perché impediscono all’uomo di svilupparsi completamente com’è nel suo diritto.

5. La crisi della civiltà
Nei decenni scorsi, si è molto scritto sulla crisi della civiltà attuale o, se si vuole, della crisi di varie forme di civiltà.
Queste, infatti, non sempre progrediscono, contrariamente alla visione illuministica della storia. Esse possono pure regredire, e sovente avanzano poi a zig-zag, a seconda dei principi che le animano. Nella storia vi sono realmente quei corsi e ricorsi, quelle cadute e quelle resurrezioni, di cui già parlava il filosofo Giambattista Vico nel Settecento.
Molti di coloro che si sono soffermati a descrivere la crisi della società, dopo le tragedie del secolo appena trascorso, hanno visto proprio nell’abbandono dei valori religiosi e morali una delle cause principali di tale fenomeno. Così i ben noti scrittori Toynbee, Daniel-Rops e Belloc. E così si potrebbe scrivere pure oggi. Del resto, questo è il richiamo incessante del Papa Giovanni Paolo II in tutti questi venticinque anni del suo Pontificato. Tolta la base all’edificio sociale, questo è destinato a crollare.

6. La civiltà dell’amore secondo Paolo VI.
Ed eccoci giunti a parlare della civiltà cristiana come “civiltà dell’amore”.
Qual è il rapporto tra civiltà cristiana e amore? È il fatto che l’amore ha la funzione di “principio vitale” e di “anima” della cultura e della civiltà. Così si esprimeva Paolo VI: “Noi guardiamo alla vicenda storica, nella quale ci troviamo; e allora, sempre osservando la vita umana, noi vorremmo aprirle vie di migliore benessere e di civiltà, animata dall’amore, intendendo per civiltà quel complesso di condizioni morali, civili, economiche, che consentono alla vita umana una sua migliore possibilità di esistenza, una sua ragionevole pienezza, un suo felice eterno destino”.
Nel Magistero della Chiesa ritroviamo questa espressione molte volte nell’ambito del magistero sociale. Sia Leone XIII, sia Pio XI dicevano, in relazione alla teoria marxista del conflitto, che la giustizia potrebbe rimuovere le cause dei litigi sociali ma non unire i cuori. Giovanni XXIII, nella Mater et Magistra e nella Pacem in terris, riconoscendo che le soluzioni ai problemi sociali hanno bisogno di molte conoscenze scientifiche e mezzi tecnici afferma che, nonostante tutto, la carità continua ad giocare un ruolo fondamentale, sia per complementare la giustizia sia come spinta definitiva a tradurre in azione quello che l’intelligenza riesce a vedere come dovere. Ci sono poi situazioni alle quali non arriva l’azione dello Stato e dove soltanto la misericordia e la carità cristiana possono operare efficacemente.
Dietro queste affermazioni c’è la coscienza della Chiesa di essere chiamata a realizzare nel mondo il progetto di Dio in Cristo. La “civiltà dell’amore” appartiene alla comprensione che la Chiesa ha della sua essenza e della sua missione in quanto segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (cfr. Lumen gentium 1). Nella Gaudium et spes, leggiamo che Cristo “ci rivela che « Dio è amore » (1 Gv 4,8), e insieme ci insegna che la legge fondamentale della perfezione umana, e quindi della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento della carità. In questo modo assicura coloro che credono all’amore divino che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che lo sforzo per realizzare la fraternità universale non è vano. Così pure ammonisce che questa carità non va osservata solo nelle grandi cose, bensì e soprattutto negli avvenimenti ordinari della vita” (n. 38).
Questo spirito ispirava Paolo VI quando ha coniato l’espressione “civiltà dell’amore” la Domenica di Pentecoste del 1970. Diceva: “È la civiltà dell’amore e della pace, che la Pentecoste ha inaugurato; e tutti sappiamo se ancor oggi di amore e di pace abbia bisogno il mondo!”.
Il Papa poi riprese l’espressione nel contesto significativo dell’Anno Santo del 1975 e la consegnò al mondo come il legato e il compito di quell’Anno Santo dedicato al rinnovamento e alla riconciliazione. Attribuiva all’espressione “civiltà dell’amore” una valenza sia personale sia sociale, strettamente collegata alla missione della evangelizzazione, sulla quale scrisse l’Esortazione Evangelii nuntiandi pubblicata in quell’anno.
Paolo VI era ben conscio delle difficoltà che un’espressione di questo genere poteva trovare nel nostro mondo pragmatico. Per questo, insisteva sulla possibilità reale di creare una tale “civiltà dell’Amore”. Nell’Udienza generale del 31 dicembre 1975 leggiamo che: “Sogniamo noi forse quando parliamo di civiltà dell’amore? No, non sogniamo. Gli ideali, se autentici, se umani, non sono sogni: sono doveri. Per noi cristiani, specialmente. Anzi tanto più essi si fanno urgenti e affascinanti, quanto più rumori di temporali turbano gli orizzonti della nostra storia. E sono energie, sono speranze. Il culto, perché tale diventa, il culto che noi abbiamo dell’uomo a tanto ci porta, quando ripensiamo alla celebre, antica parola di un grande Padre della Chiesa, San Ireneo (†202): Gloria … Dei vivens homo, gloria di Dio è l’uomo vivente (Contra haereses, IV, 20,7: PG 7, 1037)”.

7. La civiltà dell’amore secondo Giovanni Paolo II
Giovanni Paolo II ha continuato a usare l’espressione “civiltà dell’amore” in molteplici occasioni. L’amore è stato un punto centrale del suo Magistero. Fin dalla prima enciclica, Redemptor hominis, ha chiarito che per l’uomo, la comprensione di sé, per la sua storia e il suo destino è fondamentale l’accoglienza dell’amore: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (n. 10). Nei suoi documenti Novo millennio ineunte (nn. 42ss), e Ecclesia in Europa (nn. 83ss), egli dedica i capitoli finali e propositivi all’amore. Accanto a segni incoraggianti nella società attuale in questo senso, si scopre una chiara necessità da parte della Chiesa di presentare agli uomini di oggi l’esperienza dell’amore cristiano da loro smarrita. L’amore si testimonia: “La sfida per la Chiesa nell’Europa di oggi consiste, quindi, nell’aiutare l’uomo contemporaneo a sperimentare l’amore di Dio Padre e di Cristo, nello Spirito Santo, attraverso la testimonianza della carità, che possiede in se stessa una intrinseca forza evangelizzante” (Ecclesia in Europa, n. 84). L’umanità che sperimenta l’amore si eleva, si evangelizza in modo intrinseco, “capisce” il Vangelo: la cura dei poveri e dei malati, la famiglia come luogo dell’amore e educatrice all’amore; la famiglia è il “santuario della vita”. Nel contesto dell’amore si vede il fondamento per rimediare al più grande disprezzo della dignità umana rappresentato dall’aborto, inserito oggi nelle istituzioni e nelle leggi. “La carità operosa ci impegna ad affrettare il Regno venturo” (Ecclesia in Europa, n. 97). “Dobbiamo per questo fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità cristiana, come « a casa loro ». […] La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole” (Novo millennio ineunte, n. 50). Ciò significa adoperarsi “per la costruzione di una città degna dell’uomo. Anche se non è possibile costruire nella storia un ordine sociale perfetto, sappiamo però che ogni sforzo sincero per costruire un mondo migliore è accompagnato dalla benedizione di Dio e che ogni seme di giustizia e di amore piantato nel tempo presente fiorisce per l’eternità” (Ecclesia in Europa, n. 97). “La carità si farà allora necessariamente servizio alla cultura, alla politica, all’economia, alla famiglia, perché dappertutto vengano rispettati i principi fondamentali dai quali dipende il destino dell’essere umano e il futuro della civiltà” (Novo millennio ineunte, n. 51).
La giustizia e l’amore si presentano a volte come antagonistici, quando in realtà sono due facce di una medesima realtà, due dimensioni chiamate a fecondarsi reciprocamente. Nell’enciclica Dives in misericordia (n. 12) Giovanni Paolo II si domanda: basta la giustizia? La risposta è netta. La necessità dell’amore viene chiarita dall’esperienza storica! Essa dimostra che la giustizia non riesce a liberarsi dal rancore, dall’odio e perfino della crudeltà, alle volte addirittura nel suo nome. L’esperienza storica e quella del nostro tempo dimostrano che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessa, se non si consente a quella forza più profonda, che è l’amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni. Il Santo Padre ha insistito su questo punto quando ha chiarito la necessità del perdono e della misericordia per risolvere i problemi fra i popoli. Ha parlato della crisi in Palestina e nel Medio Oriente facendo capire che è necessario superare la logica della giustizia e aprirsi alla logica del perdono (cfr. Angelus del 1 gennaio 2001). Durante l’Anno Santo del 2000 il Papa ha chiesto ai popoli, alle nazioni, ai governanti di mostrare concreti segni di voler intraprendere la via della civiltà dell’amore nel terzo millennio. Ha chiesto di intervenire sul debito dei paesi poveri in via di sviluppo (Novo millennio ineunte, n. 14); ha chiesto di adottare misure di clemenza per i prigionieri. Purtroppo le risposte sono state molto scarse, per il momento. Ma ciò non è motivo di scoraggiamento.

8. Conclusione
Al termine di queste considerazioni, possiamo dire che l’amore è il modo di rapporto di Dio nei confronti dell’uomo, e viceversa. Pertanto si tratta della forma più alta e più nobile di rapporto, capace di realizzare pienamente l’uomo. L’amore così rivelato illumina ogni altro settore della vita umana, fino ad estendersi all’ordine internazionale.
Vorrei concludere tali considerazioni citando quanto già scriveva, all’inizio del Pontificato del Papa Giovanni Paolo II, un celebre studioso di Diritto Internazionale, il Padre Salvatore Lener: “Se per secoli fu detto ‘iustitia fundamentum regnorum‘, oggi che l’idea di giustizia è alquanto oscurata, la si deve integrare con quella dell’amore”. L’esperienza degli educatori e di chiunque fa il bene dimostra, la letteratura e la migliore filosofia lo confermano, che oggi soprattutto, ‘solo l’amore è credibile’. E la ragione, anche per fondare su tale verità una civiltà dell’amore, sta nel vecchio, verissimo detto: “amor omnia vincit”. Si, anche in futuro l’amore vincerà.


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